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FRASI E CITAZIONI

 

Il Filadelfia. Uno stadio dove il Torino non aveva mai perduto per quasi sei anni, dove in cinque campionati le squadre ospiti erano riuscite a portare via appena otto punti. Un vecchio stadio da trentamila posti, gradinate e tribune a un metro dal terreno. Quando i granata battevano la fiacca, succedeva anche a loro, c’era un trombettiere che suonava la carica e capitan Valentino si rimboccava le maniche. Allora il Toro si scatenava, sembrava che in campo ci fosse un’invasione di maglie granata e i gol fioccavano.
(Giorgio Tosatti)

Sotto la pioggia di un pomeriggio del 1949 la squadra più forte del mondo abbandonò la scena della sua storia ed entrò di schianto nella sua eternità. Erano le 17.03 del 4 maggio, quando la torre di controllo dell’aeroporto di Torino cominciò a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava: il pilota dell’aereo che riportava a casa i giocatori del Torino non rispondeva più alla radio. Le nubi basse, inconsuete per la stagione, addormentavano la città da qualche ora, quando si udì l’esplosione
(Piero Vietti)

Rosso come il sangue
forte come il Barbera
voglio ricordarti adesso, mio Grande Torino.
In quegli anni di affanni
unica e sola la tua bellezza era.
Hai vinto il Mondo,
a vent’anni sei morto.
Mio Torino grande
Mio Torino forte.
(…)
Russ cume ‘l sang
fort cume ‘l Barbera
veuj ricurdete adess, me grand Turin.
En cui ani ‘d sagrin
unica e sula la tua blessa jera.
T’las vinciù ‘l Mund.
a vintani t’ses mort.
Me Turin grand
me Turin fort.
(Giovanni Arpino, Aprile 1974)

Muore giovane colui che è caro agli Dei.
(Giacomo Leopardi)

Molte squadre hanno una storia, ma solo il Toro è leggenda.
(Anonimo)

La città era tutta per strada quel giorno: nessuno era voluto restare in casa mentre passava il Torino. Fabbriche, uffici, negozi serrati. Gente e bandiere da tutta Italia in un pellegrinaggio d’affetto. Lunghissime ore di strazio: una via crucis di strada in strada, dietro quell’interminabile colonna di fiori e di morti.
La città era muta e spenta e respirava dolore. Non vedrò più una folla così immensa e quieta, non vedrò più una città soffrire come soffrì quel giorno Torino.
(Giorgio Tosatti)

Un crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga.
(Cinegiornale Incom)

Tutti tifavano quei colori, comunque simpatizzavano per essi, tutti sapevano a memoria la filastrocca, Bacigalupo – Ballarin – Maroso – Grezar – Rigamonti – Castigliano – Menti – Loik – Gabetto – Mazzola – Ossola. Anche chi il calcio mai lo aveva seguito.
(Piero Vietti)

Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse. Forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza.
(Carlin)

Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”.
(Indro Montanelli)

Erano come soldati che tornano all’accampamento i giovanotti del Torino che erano stati a battersi sul campo di Lisbona. Erano spensierati e semplici anche se si sentivano avvolti dall’ammirazione e dall’affetto della gente (…) Come soldati sono caduti, spensierati, semplici, colti a tradimento sulla soglia dell’accampamento.
(La Stampa di Torino)

Soltanto il fato li vinse.
(Anonimo)

Mi sono salvato perché ero infortunato e non presi parte a quella trasferta e dentro di me ho sempre provato un grande sospiro di sollievo per averla scampata, ma anche un umano senso di colpa… Quel giorno sono morto un po’ anche io con i miei compagni.
(Sauro Tomà)

Era un calcio diverso ma ciò che faceva grandi quegli uomini era, oltre allo strapotere tecnico e fisico, la loro forza morale: in un momento di crisi di identità come quello del Dopoguerra fu un coagulo importantissimo per gli italiani. Rappresentavano una serie di valori che il popolo aveva come dimenticato, perso per strada: la dignità, l’onore, la fierezza. La gente si riconosceva nei suoi campioni, che erano persone normali: li incontravi per strada, al bar, alcuni di loro avevano dei negozi in centro dove lavoravano.
(Franco Ossola)

Ho visto il Grande Torino vincere partite già perdute e stravincere partite già vinte. Non ricordo di averlo visto mai perdere.
(Gianpaolo Ormezzano)

Il pallone è un nemico che non deve entrare in casa.
(il portiere Valerio Bacigalupo)

Quando il Grande Torino attaccava e dominava, il portiere Bacigalupo si sedeva sulla linea bianca
(Gian Paolo Omezzano)

Quella squadra era una forza terrena, operaia, molto piemontese messa insieme in modo geniale dal presidente Ferruccio Novo.
(Giampaolo Ormezzano)

Di mio padre, ho sempre avuto l’impressione che fosse un gigante, un omone alto almeno un metro e novanta. Quando mi prendeva per mano mi sentivo ancora più piccolo di quanto non fossi. Lo guardavo dal basso come un alpinista può rimirare la vetta che si accinge a scalare lassù.
(Sandro Mazzola)

Saltava più in alto della traversa ed era più piccolo di me, aveva cosce enormemente muscolose e tirava legnate paurose
(Giampiero Boniperti su Valentino Mazzola)

Nella mia fantasia Valentino Mazzola era l’eroe buono dai poteri sovraumani: mio padre mi raccontava di quella volta al Filadelfia che il Capitano aveva salvato un gol della Juve sulla linea di porta , lui aveva alzato gli occhi al cielo per il pericolo scampato e quando li aveva riabbassati sul campo il Capitano era già nell’area della Juve a fare gol.
(Massimo Gramellini)

Di quel Grande Torino arrivarono a indossare la maglia azzurra dieci giocatori su undici, una volta. Era contro l’Ungheria. Vittoria per 3-2. L’unico intruso, il portiere: Sentimenti IV, estremo difensore della Juventus.
(Piero Vietti)

La tragedia non è morire, ma dimenticare.
(Museo del Grande Torino)

Al Filadelfia c’erano muri che sembravano persone, e persone che erano come muri
(Walter Novellino)

Spesso giocando al Filadelfia mi accadeva di segnare gol senza accorgermene, come risucchiato in porta dalla gran voglia di gol della gente granata.
(Giuliano Giovetti)

Imprendibile, geniale e pazzesco, Meroni giocava con il 7 sulla schiena, i calzettoni abbassati, la maglia fuori dai pantaloncini, i capelli lunghi e la barba. Dipingeva quadri e disegnava vestiti, girava con una gallina al guinzaglio e si divertiva a intervistare i passanti chiedendo loro cosa ne pensavano di Gigi Meroni, sicuro che in quella società non ancora rintronata dalle televisioni difficilmente lo avrebbero riconosciuto.
(Piero Vietti)

Quando nell’estate del 1967 stava per passare alla Juventus i tifosi del Torino scesero in piazza a protestare, e gli operai della Fiat con il cuore granata cominciarono a boicottare la catena di montaggio: erano i giorni in cui veniva lanciata la nuova 128, e tutte uscivano dalla fabbrica senza dei pezzi, oppure rigate, e con un volantino sul cruscotto: “Agnelli, giù le mani dal Torino”.
(Piero Vietti)

Quando morì, Meroni aveva 24 anni. Li ha ancora. Per sempre.
(Pietro Vietti)

Era un ragazzo grandicello, un po’ strano, aveva tantissimi capelli neri, la barba nera appena accennata, i baffi neri, vestiva strano; sembrava avesse la testa fra le nuvole, volava come una farfalla, una farfalla granata: si chiamava …….. GIGI MERONI.
(Torinella)

Era un simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni.
(Gianni Brera ricordando Gigi Meroni)

L’ultima foto di Meroni da vivo, la maglia granata addosso, è una profezia: il Torino ha appena battuto la Sampdoria, ma lui lascia il campo a capo chino, gli occhi tristi a guardare qualcosa che nessuno in quell’istante poteva afferrare.
(Pietro Vietti

Meroni era così popolare in quella Torino alla guida di una delle due auto coinvolte nell’investimento c’era un giovane tifoso del Toro che ancora oggi porta nell’anima la ferita di quella notte maledetta. Nella sua stanza (come si può vedere dalle foto pubblicate dai giornali dell’epoca) c’era il poster di Gigi. Al suo idolo in maglia granata assomigliava addirittura un po’. Si racconta perfino che qualcuno lo scambiasse davvero per Meroni. E gli chiedesse l’autografo. Per uno di quegli incroci del destino che solo dalle parti del Toro potevano accadere (il pilota dell’areo che si schiantò a Superga nel 1949, per dire, si chiamava Luigi Meroni) quel ragazzo diventerà 33 anni dopo presidente del Torino Calcio
(Stefano Caselli)

La settimana dopo il funerale, c’era il derby con la Juve. Tra il silenzio funereo delle tifoserie di entrambi gli schieramenti, il campo fu inondato di fiori da un elicottero, che furono raccolti poi sulla fascia destra, quella di competenza del giocatore deceduto. Nestor Combin, un attaccante argentino molto amico di Meroni, insistette per giocare nonostante la febbre che lo aveva colpito pochi giorni prima. In memoria dell’amico, lottando con furia, al terzo minuto segnò un gol, e raddoppiò al settimo, per poi firmare una tripletta al 15° della ripresa. Il quarto gol fu segnato dal successore di Meroni, il nuovo numero 7, Alberto Carelli.

Come tanti innamorati del Toro, l’altra sera ho pianto davanti al televisore. Ma non per la storia di Gigi Meroni. Per come l’avevano ridotta. La tv ha trasformato la Farfalla Granata del libro di Dalla Chiesa nell’ennesimo santino senz’anima.
(Massimo Gramellini)

Nel 1972 a Marassi contro la Sampdoria l’arbitro non vide un gol granata che avrebbe significato come minimo lo spareggio con la Juventus. Quello è il vero scudetto revocato al Toro, altro che quello del 1926-1927.
(Aldo Agroppi, autore del tiro respinto dentro la porta da un certo Marcello Lippi)

Scrivo accecato da una nevicata di coriandoli granata gettati a milioni sulle tribune; i giocatori del Torino stanno correndo verso i tifosi lanciando mazzi di fiori; migliaia di bandiere ne salutano il trionfo. Poi la squadra si raduna e percorre compatta l’anello di pista portando un grande scudetto: manca Radice che ha ceduto forse a un attimo di commozione, lui il duro, e se ne è andato negli spogliatoi. Quando torna in campo i campioni gli volano incontro e se lo portano sulle spalle, mentre settantamila persone lo chiamano alla voce; dal cielo scendono intanto nove paracadutisti con fumogeni tricolori e piccoli scudetti. Torino festeggia un giorno atteso per ben ventisette anni e i novanta terribili, interminabili, angosciosi minuti del’ultima partita.
(Giorgio Tosatti)

“La più bella festa popolare dopo la Liberazione”, dissero a proposito dello scudetto 1976. Io e mia figlia e un gruppetto di amici ritagliammo e dipingemmo 10000 enormi scudetti, poi la notte prima di Torino-Cesena, fino alle sei del mattino, andammo ad affiggerli in tutte le colonne del Centro. Nessuno sapeva. La città si svegliò con una sorpresa che fu anche struggente
(Serafino Geninetti)

La scomparsa della squadra granata determinò a Torino una pesante situazione di squilibrio, senza paragoni con le altre città dove agivano due squadre. Il diretto intervento degli Agnelli alla guida della Juve non solo comportò un formidabile potenziamento della società bianconera, le cui risorse finanziarie erano pressoché illimitate, ma sconsigliò i maggiori gruppi industriali che simpatizzavano per l’altra bandiera di mettersi in diretta concorrenza con i padroni della città. Ebbe il coraggio di assumersene il peso Pianelli, mantovano venuto a Torino con molta voglia di lavorare e pochi soldi in tasca. Un ex muratore che si era innamorato dei granata vedendo giocare Mazzola e compagni; fatta fortuna volle metterla al servizio di un vecchio amore
(Giorgio Tosatti)

Pulici era rapidissimo, micidiale: tanto scattante da non riuscire a volte a coordinare cervello e piedi. Aveva un fisico compatto, da centometrista nero; quando caricava il bersaglio sembrava proprio un Toro: stessa potenza, stesso ardore, stessa irriducibile aggressività. Per questo, probabilmente, era il più amato dai fans granata: sembrava il simbolo della loro bandiera.
(Giorgio Tosatti)

“Ciccio” e “Pupi” furono e restano la terribile coppia di attaccanti che riportò, dopo 27 anni, lo scudetto sulle maglie del Torino. Li guidava un allenatore modernissimo (Gigi Radice); li ispirava la fantasia geniale di Claudio Sala, detto “il Poeta”; li sorreggevano due centrocampisti di rango (Eraldo Pecci e Renato Zaccarelli); li proteggeva una difesa tosta e un grande portiere (Luciano Castellini detto “il Giaguaro”).
(Giorgio Tosatti)

La differenza tra me e Pelé? Lui è nero, solo questo.
(Eraldo Pecci)

Cominciavamo a pensare al derby quando eravamo sotto la doccia, alla fine della partita della domenica precedente.
(Aldo Agroppi)

Quando mi hanno scaricato al Perugia, dopo undici anni di Toro, feci la strada da Sassi a Pino in auto, da solo, piangendo come una fontana: e dire che andavo a guadagnare il doppio. Piangevo perché io nella bandiera del Toro credevo e la gente vedeva in me un simbolo. Io piangevo di dolore, mentre oggi si piange di gioia: più squadre cambi, più guadagni.
(Aldo Agroppi)

Dossena, Bonesso, Torissi. Cinque minuti e dallo 0-2 il Toro passa a 3-2 sulla Juve
(Giorgio Barberis)

“Picchia per noi, Giacomo Ferri, picchia per noi”. E lui partiva e si sentiva paladino e imponeva la sua legge e sradicava palloni.
(Anonimo)

La Juventus è una figlia di papà. Di papà Agnelli, di Edoardo e di tutta la generazione a venire. La Juve è stata la squadra di Charles, di Sivori, Platini, Baggio, Zidane. Il Torino invece è stato figlio della madre di tutte le sciagure: Superga. Andrei al di là della solita divisione convenzionale di una Juventus aristocratica e di un Torino popolare. Direi che la Juve è la squadra che si è tolta tutti gli sfizi, mentre il Toro spesso è stato costretto a scendere a patti con il destino.
(Roberto Beccantini)

La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un “esperanto” anche calcistico, il Toro è gergo.
(Giovanni Arpino)

Da Superga a Meroni a Ferrini, la storia del Toro obbedisce a un copione drammatico. Di rappresentazione in rappresentazione, società tifosi, giocatori si sono cuciti addosso una divisa mentale ormai indelebile come la maglia granata: è più importante soffrire che non vincere
(Giovanni Arpino)

Cosa me ne farei, adesso, di una squadra medio alta che ogni tanto vince anche uno scudetto, che in sostanza fa della banale e incompleta imitazione del mio Grande Torino? Mi va benissimo questo Toro incerto e trepido, povero e modesto, che di quello d’allora è uguale nei sentimenti che attira, di amore e calore.
(Giampaolo Ormezzano)

La sedia alzata di Mondonico ad Amsterdam come confessione sofferta, reazione vana, accettazione melodrammatica di una maledizione? Possibile. Da far pensare a quante sedie avrebbe alzato se soltanto le avesse avute sottomano come quella sera ad Amsterdam.
(Gian Paolo Ormezzano)

Il caso Allemandi? Lo scudetto revocato del 27. Un’ingiustizia. So solo che non avevamo bisogno di corromperli, gli juventini, perché noi eravamo più forti. Il Toro era pulito. Difatti di prove non ne saltarono mai fuori.Mai. E quando ci revocarono il titolo, ci sentimmo come chi ha la coscienza a posto ed è un ladro.
(Francesco Franzoni)

Fiat, cioe, terra, mare, e… Monti
(L’allenatore del Toro Gustavo Giagnoni, riferendosi alla mancata espulsione di Morini da parte dell’arbitro Monti. Per quella frase Giagnoni prese un mese di squalifica)

Il tifoso del Toro è morto troppe volte per morire davvero.
(Anonimo)

L’ideologia, la religione, la moglie o il marito, il partito politico, il voto, le amicizie, le inimicizie, la casa, le auto, i gusti letterari, cinematografici o gastronomici, le abitudini, le passioni, gli orari, tutto è soggetto a cambiamento e anche più di uno. La sola cosa che non sembra negoziabile è la squadra di calcio per cui si tifa.
(Javier Marías)

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