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IL GRANDE TORO

IL GRANDE TORINO


Quel 4 maggio 1949 il Grande Torino tornava da Lisbona, dopo aver giocato una partita amichevole con il Benfica, ma un tragico destino spense la più grande squadra che l’Italia calcistica abbia mai conosciuto.

Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Virgilio Maroso, Giuseppe Grezar, Mario Rigamonti, Eusebio Castigliano, Romeo Menti, Ezio Loik, Guglielmo Gabetto, Valentino Mazzola e Franco Ossola.

Uno schianto nella nebbia sulla collina di Superga e tutto è finito.

E’ rimasto però intatto negli anni il mito ineguagliabile di una squadra fantastica, capace di vincere cinque scudetti consecutivi, ammirata e poi pianta dagli amanti del calcio di qualsiasi bandiera.

Uno squadrone famoso in tutto il mondo, anche se all’epoca non esistevano competizioni internazionali, che in quegli anni del dopoguerra, ha contribuito alla grande voglia di riscatto di un’Italia uscita distrutta dalla guerra.

 


La squadra prima di una partita a Torino


Nessuna squadra al mondo ha infatti mai rappresentato per il calcio tutto ciò che è riuscito al Grande Torino.

L’Italia in quegli anni era reduce da una guerra perduta, aveva poca credibilità internazionale e furono le gesta dei vari campioni italiani a riportare il Paese all’onore del mondo: i ciclisti Gino Bartali e Fausto Coppi, il discobolo Adolfo Consolini, le auto da corsa della Ferrari e appunto il Grande Torino che, essendo una squadra, dimostrava a tutti come un popolo di individualisti come gli italiani sapessero far fronte comune per dare vita al più bel complesso di calcio mai visto e mai più comparso su un campo di calcio.

La Juventus del quinquennio, il Real Madrid, il Santos, la Honved, l’Inter di Herrera, l’Ajax e il Milan degli olandesi hanno rappresentato, è vero, eventi tecnici straordinari, ma nessuno ha pareggiato il Grande Torino.

I granata, guidati da Valentino Mazzola, il capitano dei capitani, hanno record strabilianti e assolutamente irripetibili. Bastava, per esempio, uno squillo del trombettiere del Filadelfia perchè si scatenassero.

Leggendaria, per esempio, fu una partita romana quando il Grande Torino, in svantaggio di un gol nel primo tempo contro la Roma, stabilì negli spogliatoi, durante il riposo, che non si doveva più scherzare.

Fu così che vennero segnati 7 gol ai giallorossi, dimostrazione che quella squadra vinceva quando e come voleva.

Non per nulla l’11 maggio del 1947, Vittorio Pozzo, il commissario tecnico della Nazionale Italiana, vestì dieci granata di azzurro per una partita disputata a Torino contro l’Ungheria.

Gli eroi naturalmente vinsero. E avrebbero continuato a vincere su tutti i fronti se non fosse sceso in campo il destino più tragico per fermarli. Ma non per batterli.

Perchè quella squadra di grandi uomini e di grandi campioni è passata direttamente alla leggenda.

 


Lo Stadio Filadelfia

3 maggio 1949 – l’ultima partita


A fine aprile 1949 i granata iniziarono a organizzarsi per partecipare alla partita di addio al calcio del giocatore portoghese Françisco Ferreira, amico personale di Valentino Mazzola, decisa qualche mese prima per il successivo 4 maggio, in occasione della partita contro la Nazionale portoghese.

Aldo Ballarin credeva molto nel talento del fratello Dino e per quell’occasione decise di chiedere al Presidente del Torino, Ferruccio Novo di portarlo con loro in Portogallo come secondo portiere, al posto di Gandolfi.

Dato il talento e la dedizione del fratello, Aldo riuscì nel suo intento e il giorno seguente comunicò a Dino la bella notizia.

Pochissimi giorni prima tutta la squadra partì verso Milano per giocare, contro la squadra dell’Internazionale, la partita che avrebbe deciso lo scudetto.

Il 3 maggio si disputò la partita, la quale sarà ricordata purtroppo come l’ultima disputata dal Grande Torino.



La squadra del Torino scende dall’aereo a Lisbona


Di fronte a una folla di quarantamila persone, il Torino purtroppo perse per 4-3.

Al 4’ minuto Mazzola, lanciato da Loik, tirò fuori a porta vuota.

Più fortunato fu Ossola che segnò il primo goal dei granata, con la partecipazione attiva dei compagni Grezar, Menti e Gabetto.

Al 14’ minuto ci fu il pareggio e al 33’ segnò nuovamente la squadra avversaria.

Al 37’ il Torino tornò in parità, ma per poco, infatti il Benfica segnò ancora con Melao.

Al 40’ il Benfica segnò il suo quarto ed ultimo goal.

All’ultimo minuto Mazzola venne atterrato mentre si dirigeva verso la porta, l’arbitro decise per il rigore, trasformato in goal da Menti.

La partita finì con il risultato di 4-3 e la vittoria del Benfica.


Nelle foto lo scambio del gagliardetto tra i capitani Mazzola e Ferreira

4 maggio 1949 – la strage


Torino, 4 maggio del 1949, notte e pioggia, vento e silenzio, laddove sei ore prima si è schiantato l’aeroplano che riportava a casa la più bella squadra di calcio d’Italia.

Un pallido rossastro riverbero illumina ancora palpitando le muraglie della Basilica di Superga.

Un pneumatico dell’apparecchio sta ancora bruciando, ma la fiamma cede e presto sarà completamente buio.
Lo spaventoso disastro è successo alle 17,05.

Superga era avvolta in una fitta nebbia. A 30 metri non si vedeva niente. Nella sua stanza al primo piano della Basilica il cappellano del tempio, Prof. Don Tancredi Ricca stava leggendo.

La pioggia, una impetuosa pioggia quasi da temporale scintillava scrosciano contro i vetri.

Dal silenzio usciva poco a poco un rombo. Un aeroplano, pensò Don Ricca. Ma ne passano tanti di aeroplani, un traguardo fra gli aviatori in arrivo.

Prima di scendere al campo Aeronautica d’Italia, i piloti usano fare un picco sopra la Basilica, un ultimo giro. Niente di strano, dunque.

 



Non è vero! Non è vero! Alcune ore sono passate prima che i torinesi, diciamo gli italiani, riuscissero a conoscere nella sua selvaggia crudeltà questa sciagura.

Pare che pochi minuti prima della tragedia il marconista del campo di Torino in collegamento radio col collega a bordo dell’apparecchio, ha scambiato con lui brevi messaggi.

L’aereo, un Fiat G 212 trimotore delle Aviolinee Italiane, gli avrebbe richiesto l’orientamento comunicando di trovarsi in mezzo a una formazione temporalesca a 2000 metri di quota.

Poco dopo l’aeroplano si frantumava contro il pianterreno di Superga.

L’impatto causò la morte istantanea di tutte le trentuno persone a bordo, fra calciatori, staff tecnico, giornalisti ed equipaggio.

Possibile che in così breve tempo, tenendo conto della visibilità che avrebbe dovuto consigliare prudenza, l’aereo fosse disceso di quasi 1300 metri?

E’ sorto così il dubbio che l’altimetro si sia bloccato e che quindi il pilota, convinto di essere sempre a una quota notevole, non dubitasse minimamente del tremendo pericolo a cui andava incontro. C’è qualcuno che assicura di aver rintracciato il cruscotto e visto il quadrante dell’altimetro. Secondo questa testimonianza, la lancetta è ferma e punta a quota 2000.

Se ciò fosse vero, si sarebbe trovato quindi il motivo principale del disastro.


I funerali


Li hanno visti venire giù dallo scalone dello Juvarra nell’atrio di Palazzo Madama.

E come non mai hanno avuto la certezza dell’immensità della catastrofe.

Venivano già racchiusi nelle bare e portati dai compagni, dagli amici, dai colleghi.

Scendevano ad uno ad uno, lentamente, tra i cordoni d’onore ufficiali dei Carabinieri in alta uniforme e, dietro a ciascuno, venivano i parenti in lacrime, coi primi fiori.

Un corteo che pareva non finire più.

 


Quando sono comparse le salme, un lungo brivido ha pervaso tutti i presenti.

Giovani e vecchi singhiozzavano, molti sono caduti in ginocchio, mentre le bare si susseguivano e venivano caricate sugli autocarri verniciati di nuovo.

Poi i fiori le hanno ricoperte, le innumerevoli corone sono state caricate sulle vetture a seguito, il corteo si è formato facendo il giro della piazza.

Tutti avevano voluto essere presenti all’ultimo saluto. Tanti, quasi un milione di persone, di ogni ceto sociale, di ogni fede sportiva.

 


La stampa nazionale sulla tragedia di Superga


Il Torino fu costretto a schierare la formazione giovanile nelle ultime quattro partite, ma lo stesso fecero gli avversari di turno e il Torino fu proclamato vincitore del campionato.

L’impressione della tragedia aerea fu tale che l’anno seguente, la Nazionale Italiana scelse di recarsi ai Mondiali in Brasile con un viaggio in nave di tre settimane e ciò fu causa non ultima del suo pessimo comportamento, con la sconfitta all’esordio con la Svezia ed eliminazione.

 



 


Collezione di figurine d’epoca del Grande Torino

«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede.
E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”»

(Indro Montanelli)

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